Lo Pseudo Senofonte e il trattato “Contro la democrazia”

Remo Viazzi (a cura di) – Pseudo Senofonte. Contro la democrazia. Edizione Le Mani, euro 14.

 

Al i là degli interessi critico-letterari e filologici dovuti alla mancata attribuzione del testo, questo libello del non meglio precisabile Pseudo Senofonte, intitolato con una forte carica polemica “Contro la democrazia”, rimane uno dei cardini e quasi il punto di partenza ineludibile di ogni percorso critico nei confronti della democrazia: non un bene in sé, ma un semplice “metodo di governo” buono o cattivo a seconda dell’indole e della natura delle persone che detengono il potere, come le recenti vicende politiche italiane dimostrano ad abundantiam.

La lucida analisi dello sviluppo della vita politica ad Atene consente all’anonimo autore di avviare una seria riflessione intorno a quali possano essere i mali interni alla democrazia e le sue pericolose forme degenerative: con lui comincia ad affermarsi appunto l’idea – non banale – che la democrazia non possa essere considerata un bene tout court. Ai suoi occhi, anzi, affermazione dell’istituto democratico e dell’imperialismo ateniese sono strettamente collegati: ma sarà proprio la politica “imperialista” ateniese a condurre la città alla sconfitta finale!

Lascia, quindi, stupiti constatare che la storia dell’Atene classica, quella del V secolo, quella cioè di una città che si impone nel panorama politico culturale dell’epoca anche in forza dell’eccezionalità dell’istituto democratico che la regge, termini con due fatti di capitale importanza, che in un certo senso comprendono già in sé una sorta di de profundis della democrazia stessa: la sconfitta nella lunga guerra del Peloponneso contro l’oligarchica Sparta e la celebrazione del processo che sfocerà nella condanna a morte di Socrate, l’uomo “giusto” per eccellenza e probabilmente il miglior prodotto di quella costituzione democratica che ne decreterà la morte. Altrettanto indicativo dunque appare che la grande stagione della prosa attica annoveri tra i suoi primi esempi proprio questo vigoroso pamphlet antidemocratico, che dà voce agli oppositori delle abitudini di vita che la democrazia favoriva e ai critici di quel regime che diede lustro e rese potente la città. È anche a partire da questo scritto che nasce la filosofia politica, la riflessione, cioè, intorno a quale debba essere (in questo caso non debba essere) la struttura della polis e a quale organizzazione le possa garantire un buon governo.

In ogni caso, però, l’Anonimo non è un utopista, dal momento che si rende ben conto di quanto saldamente quel regime sia radicato nella sua città e delle insormontabili difficoltà di contrastarlo e capovolgerlo. C’è un’amara constatazione, quasi paradossale, alla base del ragionamento dell’autore quando afferma che «… la democrazia, “il predominio della canaglia”, proprio nel suo pessimo funzionamento, è un sistema a suo modo perfetto» e ammette con rassegnazione che assai difficilmente esso potrebbe essere scalfito: una resa incondizionata allo stato di fatto, nonostante alcuni studiosi abbiano indicato come probabile finalità del libello proprio quella del “colpo di Stato” capace, invece, di sovvertire il regime democratico ateniese posticipando quindi la datazione dello scritto molto a ridosso del411 a.C., l’anno in cui si afferma il governo oligarchico dei Quattrocento. Tuttavia, se la possibilità di sopravvivenza di un regime politico è direttamente proporzionale al numero di cittadini che lo accettano come la forma di governo in sé giusta e massimamente preferibile, l’Anonimo non può che prendere atto della saldezza del regime democratico ateniese, che gode del consenso di un’ampia maggioranza e che dunque appare inossidabile.

Il trattato si apre con due dichiarazioni piuttosto forti, oggi assai difficilmente accettabili, perché “politicamente scorrette”, che evidenziano una frattura insanabile all’interno della città e che solo in apparenza sminuiscono l’opera dal punto di vista teoretico: «… avendo scelto queste cose, preferirono che gli ignobili stessero meglio che gli onesti…» la prima; «… i poveri e il popolo sembrano avere la meglio sui nobili e sui ricchi…» la seconda. Su questo dualismo radicale si fonda ogni ragionamento dell’Anonimo, ma è giusto ricordare che, oltre un secolo più tardi, anche Aristotele non seppe andare oltre: a determinare la discriminante di fondo tra le due forme politiche di democrazia e oligarchia sono il lignaggio, l’educazione e la condizione economica, in modo tale che ricchi e poveri costituiscono le grandi ripartizioni della società cittadina tra loro non sovrapponibili, «… perché non si può essere allo stesso tempo ricchi e poveri».

Benché, quindi, il testo vada approcciato con le dovute cautele e dimostri, in più parti, l’età che ha, non se ne può sminuire il valore analitico ed è facile apprezzarne le virtù “profetiche”, che mostrano a quali bassezze possono condurre quei governi retti da democrazie radicali. Infatti, l’Anonimo mostra un’Atene nella quale sembra prevalere il delirio di onnipotenza del popolo riunito in Assemblea (si è parlato anche di “terrorismo giudiziario del popolo”), che cela nell’aspirazione all’eguaglianza e al benessere, la brama dell’accumulo del potere, dei beni e della ricchezza.

12 novembre 2012 by: Commenta -
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