La “Guerra dei Sei giorni”.

Michael B. Oren, direttore del Dipartimento per gli affari religiosi nel governo di Yitzhak Rabin ci accompagna alla scoperta delle mille trame, dei misteri, delle differenti ragioni che hanno segnato le vicende di quei terribili sei giorni del 1967. La sorpresa è scoprire che lo fa con una buona dose di equilibrio e di scientificità, facendo ricorso ad un imponente apparato bibliografico e analizzando centinaia di documenti, che fino ad oggi erano rimasti coperti da segreto militare.

La narrazione, meticolosa e puntuale delle vicende militari che si susseguirono in quei giorni, occupa la seconda metà del libro, mentre la prima si preoccupa di analizzare il contesto storico – geografico che diede origine al conflitto e i perché di una pace, che egli stesso definisce «impossibile».

Il dato di partenza sono i General Armistice Agreements (GAA) firmati nella prima metà del 1949 da Israele e dai suoi quattro avversari limitrofi: Egitto, Giordania, Libano e Siria. Nella sintassi di quei trattati l’autore individua i motivi che portarono agli scontri del 1956 prima e del 1967 poi. «Secondo i termini ambigui dell’armistizio, una parte – quella araba – rivendicava pieni diritti di belligeranza, compreso il diritto di riaprire le ostilità a piacimento, e negava all’altra qualunque forma di legittimità o di riconoscimento.». Il problema però sembra essere sottovalutato e le soluzioni di compromesso sono accolte e apprezzate dalla comunità internazionale per supposti meriti che vanno ben al di là della loro reale capacità di porre un argine ad una guerra che dura ormai da oltre cinquant’anni. Ralph Bunche, funzionario ONU, ricevette infatti allora il Nobel per la pace per essere stato il mediatore di un documento diplomatico che lungi dal porre solide basi per il processo di pace, perpetuava di fatto il conflitto e preparava il terreno alla guerra.

Il racconto procede serrato, l’analisi dei fatti è scarna, Oren ricorda la guerra del 1956, l’aiuto prestato a Israele da parte dei francesi, lo stanziamento delle forze dell’ONU nella penisola del Sinai, la nascita della RAU (la Repubblica araba unita di Egitto e Siria sorta con fini dichiaratamente ostili all’esistenza dello stato ebraico), le prime azioni compiute dal al-Fatah, protetta ora dagli egiziani (che ne consentono il primo stanziamento a Gaza), ora dalla Siria. Su tutto e su tutti campeggia la figura di Gamal Abdel Nasser, che segnerà profondamente la politica di tutta “la nazione araba” per molti anni. Nel corso delle pagine del libro se ne conoscono abilità politiche, sogni di grandezza, meschinità, opportunismo, ma anche profonda dignità e coraggiosa assunzione delle proprie responsabilità nel momento della sconfitta.

Riportate da documenti originali, lasciano atterriti le dichiarazioni di odio viscerale che tutti i capi di stato dei paesi arabi rilasciano contro gli ebrei all’alba del 1967: Nasser parla di «entità sionista», a dché l’idea di uno stato di Israele non può nemmeno essere pronunciata, gli ideologi del partito baathista di «… dilagante pus che diffonde veleni d’odio e animosità». Il governo siriano attraverso la stampa fa saa de che «non c’è altra via per porre termine all’occupazione che quella di distruggere le basi del nemico e fare a pezzi il suo potere». La tensione nei primi mesi del 1967 sale ancora: le incursioni e gli scontri nel territorio israeliano intorno al Golan non si contano più, al-Fatah agisce indisturbata nei territori di Giordania e Siria, mentre con un colpo di mano Nasser ha già provveduto a riappropriarsi dei territori del Sinai che erano in mano alle truppe di U Thant, segretario generale dell’ONU. Tutta la diplomazia internazionale sembra essere colta alla sprovvista dal precipitare degli avvenimenti: l’ONU è incapace di reagire, Francia e Gran Bretagna si sono già defilate al tempo della crisi di Suez, Aleksej Kosygin e Lyndon B. Johnson (che pure appoggiano l’uno l’Egitto e l’altro Israele) hanno  abbastanza motivi di ostilità e di scontro in Vietnam a d a dmettersi di aprire un nuovo fronte.

Il 5 giugno Israele rompe gli indugi: le incursioni aeree delle IDF garantiscono allo stato ebraico il dominio assoluto dei cieli: dopo poche ore le sorti della guerra sono già segnate. Il grande sconfitto è l’Egitto di Nasser, e ancor di più del suo più fedele aiutante e – nel contempo – oppositore, il comandante in capo Muhammad ‘Abd Hakim ‘Amer, cui sono da imputare buona parte delle colpe del fallimento militare egiziano.

Il racconto delle azioni militari, dell’indefesso lavorio delle diplomazie degli stati coinvolti, dei tentativi compiuti da Nasser di far sembrare gli americani i veri aggressori e di coinvolgere l’Unione Sovietica nella guerra, le drammatiche ore di re Hussein di Giordania e della battaglia di Gerusalemme occupano oltre 200 pagine e lasciano col fiato: la rapidità delle manovre israeliane trova riscontro nella prosa vivace con cui vengono esposti i fatti. Moshe Dayan, ministro della Difesa di Israele, è il vero vincitore della guerra.

Il finale è dedicato alla “Risoluzione 242″ dell’ONU. Gli interessi incrociati di Stati Uniti e Unione Sovietica fanno più volte abortire il testo: ora è Israele a non accettarlo, ora l’Egitto di Nasser. Il 22 novembre, il Consiglio di sicurezza adottò all’unanimità la risoluzione 242 «concernente i principi per una giusta e durevole pace in Medio Oriente»; prevalse alla fine il principio americano e israeliano che prevedeva «terra in cambio di pace», ma sarebbe troppo lungo indagare e mettere a nudo i motivi che partorirono un testo che finì a d scontentare tutti. «Quanto all’Iraq e alla Siria, respinsero in toto la risoluzione, denunciandola come “un tentativo di ingannare il popolo, una ricetta a d il fallimento”, e così fecero i palestinesi, infuriati a d non essere stati nominati nel testo. L’OLP, che approverà la 242 solo vent’anni dopo, nel 1967 dichiarò: “Non esendo stato risolto, il problema continuerà a metter a repentaglio la pace e la sicurezza, non solo in Medio Oriente ma nel mondo intero”». Quarant’anni dopo questa dichiarazione appare ancora più vera e indica – ancora oggi – la strategia di Hamas e non solo.

 

 

 

Titolo La guerra dei sei giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo – israeliano

Autore    Michael B. Oren

Editore    Mondadori – Le Scie

Città    Milano 2003

Pagine    552

Euro          22,00

1 novembre 2011 by: Commenta -
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