Napoleone

Quando, per comunicarne la morte, Arthur Wellesley di Wellington, confidò all’amica Mrs. Arbuthnot: «Adesso posso dire di essere il più famoso generale vivente», riuscì a dare – a caldo – il più obiettivo e calzante giudizio storico su Napoleone Bonaparte. Perché in effetti – e questa è l’immagine che si impone leggendo il saggio di Paul Johnson – l’uomo di Ajaccio fu essenzialmente un militare, un generale, uno stratega. In poco più di 150 pagine l’autore condensa i fatti principali della vita dandone una chiave di lettura tutta improntata sulla sbalorditiva perizia militare di Napoleone. La sua ascesa politica è strettamente legata ai successi militari, che hanno una spiegazione solo ammettendo che Napoleone fosse in primis un generale, il miglior generale del suo tempo. Arruolamento di massa, riorganizzazione dell’esercito e suo finanziamento, armamento, sistema di segnalazione a distanza, velocità di spostamento, sviluppo delle conoscenze cartografiche: nulla veniva sottovalutato nel predisporre i piani di guerra. A ciò Bonaparte seppe aggiungere del suo: la capacità cioè di cogliere l’attimo, di anticipare l’avversario, di agire anche “irrazionalmente” pur di non rinunciare all’effetto sorpresa, che molte vote si rivelò decisivo.

Certo non è solo questo l’aspetto che interessa Johnson. Egli sa bene che la letteratura su Napoleone, anche sulle sue doti di stratega, è sterminata (valga per tutti il testo curato da Donald D. Howard nel 1986, History: a bibliography) e preferisce dunque, pur partendo dal nuovo concetto di guerra totale che Bonaparte incarnò, sottolineare l’eredità napoleonica del XX secolo. Accentramento del potere, polizia segreta, spionaggio professionale, sistemi di propaganda dello Stato, simulazione di movimenti democratici, di elezioni e di plebisciti, nazionalismo aggressivo e minaccioso: questi i lasciti del quindicennio napoleonico. Napoleone insomma visto e additato come icona e fonte del moderno totalitarismo.

Dando compimento alle note teorie di Platone e di Polibio, che vogliono l’affermarsi della tirannide dopo il declino della democrazia in demagogia, Bonaparte seppe mirabilmente inserirsi nel vuoto di potere che la Rivoluzione francese e il Terrore avevano generato: «la monarchia, la Chiesa, l’aristocrazia e le sue risorse, le corti, le città e le loro concessioni, le università con i loro privilegi, le gilde e le loro immunità: tutto era già stato spazzato via…». Non aveva è vero un partito di riferimento cui appoggiarsi e così, amato dai suoi soldati e divenuto comandante delle truppe dell’area parigina (1799), fece dell’Esercito il suo “partito”. Scriveva nel 1836 Lord Stanhope: «Una nazione costituita su basi militari. Tutte le istituzioni erano strutturate allo scopo di formare e mantenere l’esercito per le conquiste. Tutti gli uffici, e le cariche, e le ricompense dello Stato erano riservate in primo luogo all’esercito. Un ufficiale dell’esercito, o perfino un soldato semplice, poteva mirare alla sovranità di uno Stato come ricompensa per i suoi privilegi… ».

Ma ci sono anche altri aspetti che Johnson vuole evidenziare e che fanno della Rivoluzione francese prima e di Napoleone poi due tappe decisive per l’avvio dell’era moderna: la convinzione che nutrivano di rappresentare per l’umanità un evento unico e irripetibile, la convinzione che grazie alla loro affermazione l’umanità sarebbe andata incontro ad un futuro migliore, la convinzione ancora che l’umanità potesse prendere in mano il proprio destino – guidata da un popolo – per costruire un mondo nuovo, logicamente migliore del precedente: il peccato capitale di tutti i totalitarismi, come già avemmo occasione di sottolineare recensendo lo splendido saggio di John Gray, Al Qaeda e il significato della modernità.

Così Johnson indugia anche sui primi anni di formazione di Napoleone e sul fascino che dovette subire ad opera di Pasquale Paoli, indipendentista corso, soldato conquistatore, supremo legislatore, ma anche governante illuminato, così come rimarca le motivazioni alte che sostennero l’invasione dell’Italia e le campagne militari estere, quelle cioè per cui il regime repubblicano aveva la missione di ridisegnare la vecchia carta d’Europa e di trasformarla secondo i principi generati dalla sua stessa ideologia, e quindi tradendoli. Una nobile causa per l’imporsi della quale divenivano del tutto scusabili i metodi “stalinisti” che Bonaparte era solito adottare: «incoraggiare la formazione di comitati “patriottici” e repubblicani nelle città principali, poi rispondere alle loro richieste di indipendenza, ma prendendoli sotto la “protezione francese”», la “nazione guida”.

Non manca poi (e come avrebbe potuto?) chi ha voluto dare del saggio un’interpretazione faziosamente politica. Nella quarta di copertina l’Editore (il mercato – si sa – ha le sue regole) riporta questo giudizio di Maurizio Molinari de “La Stampa”: «Johnson parla di Napoleone rivolgendosi chiaramente a Bush – pur non nominandolo mai – ed elenca quindi con freddezza le caratteristiche che un leader non deve avere». Ora, a parte il fatto che l’autore elenca le caratteristiche che hanno consentito a Napoleone di essere – nel suo tempo (circa duecento anni fa) – leader e, casomai, contesta quanti, non tenendone conto, hanno per anni alimentato il “mito” Napoleone, non mi sembra proprio che sia possibile individuare analogie tra Bonaparte e Bush. Il primo infatti seppe concentrare nelle sue mani «… un potere tanto esteso come non si vedeva dai tempi di Luigi XIV» al punto da potere affermare «… lo Stato sono io!», mentre la presidenza di Bush è iscritta in un sistema democratico tutto sommato discretamente bilanciato. E mentre Bush viene attaccato per essere fondamentalmente un uomo di affari (ciò che Napoleone non fu mai, non mostrando di tenere in gran conto il lusso e la ricchezza), il generale invece s’impose proprio in quanto tale: per la destrezza militare e per la rapidità delle sue vittorie. Se anche si vuole ancora insistere sulla bizzarra tesi che Bush sia un “guerrafondaio”, continuando a far finta di dimenticare che precedentemente agli attacchi americani in Afghanistan e Iraq vi è stata la tragedia dell’11 settembre, le due guerre americane (la prima in verità con l’avallo dell’ONU) non si segnalano certo per la celerità delle vittorie degli Stati Uniti.

È vero invece, come segnala Johnson che a partire dall’ammirazione di Hegel «… nessun dittatore del tragico XX secolo – da Mussolini a Hitler, da Lenin a Stalin, da Mao Zedong a tiranni lilipuzziani come Kim II Sung, Castro, Perón, Menghistu, Saddam Hussein, Ceausescu e Gheddafi – è stato esente dall’influenza del prototipo napoleonico».

 

 

 

Titolo:   Napoleone

Autore:   Paul Johnson

Anno:   2004

Editore:  Fazi Editore

Pagine:   153

Prezzo:     15 euro

1 novembre 2011 by: Commenta -
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