Giuseppe Mazzini, personaggio scomodo.

L’Italia, e Genova in particolare, s’appresta a festeggiare nel 2005 l’anniversario numero duecento dalla nascita di uno dei suoi figli più illustri, Giuseppe Mazzini (22 giugno), sicuramente uno dei pensatori e degli uomini politici del nostro Risorgimento più controversi, uno dei pochi che abbia una statura veramente europea. Eppure questa ricorrenza così importante rischia di non ricevere le giuste attenzioni, di passare quasi sotto silenzio. Un po’ lo si deve al fatto che coincide con l’imporsi di una nuova stagione federalista dello Stato italiano, che contribuisce quindi a relegare nell’ombra Mazzini per esaltare e ricordare la modernità di Carlo Cattaneo, un po’ perché il genovese è un unicum nel panorama politico italiano. Non è più l’uomo o l’icona di nessun partito politico e le sue teorie viaggiano trasversali agli schieramenti di oggi in maniera tale che tutti possono parzialmente attingere a lui senza che nessuno possa in lui riconoscersi.

Farne un campione del pensiero liberale tout court sarebbe quindi un’operazione arbitraria, sebbene parte delle teorie mazziniane siano state da esso mutuate: ed egli stesso era solito citare la massima aristotelica secondo la quale: «quanto minore è il numero delle cose sulle quali il governo esercita il suo potere, tanto più lunga sarà la sua durata». Inoltre non si può omettere di ricordare che Mazzini ebbe il merito di essere tra i primi e più lucidi oppositori di Marx e dell’ideologia comunista.

La frequentazione fra i due, fin da subito piuttosto burrascosa, data dai loro rispettivi soggiorni londinesi. “Lavoravano” nello stesso ambiente, facendo proseliti tra gli operai delle fabbriche. Il punto di partenza era infatti il medesimo: «la forza lavoro ha per loro un identico valore, inalienabile, libero; è la forza contrapposta ad un’altra forza, che limita per Marx la potenza del capitale, per Mazzini collabora con il capitale», per diventare alla fine essa stessa capitale con la creazione delle associazioni. «La forza – lavoro è capacità dell’individuo vivente, presuppone l’individuo e la sua idoneità per il proprio mantenimento».

Faceva poi tremendamente irritare Marx la convinta difesa che Mazzini faceva della proprietà privata, il principio e l’origine della quale si trovavano nella natura umana. Per lui la proprietà privata rappresentava la necessità della vita materiale dell’individuo, il quale aveva dunque il dovere di mantenerla. Scrisse infatti nei “Doveri dell’uomo”: «Come per mezzo della religione, della scienza, della libertà l’individuo è chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare il mondo morale ed intellettuale, egli è pure chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare, per mezzo del lavoro materiale, il mondo fisico. È la proprietà il segno, la rappresentazione del compimento di quella missione, della quantità di lavoro col quale l’individuo ha trasformato, sviluppato, accresciuto le forze produttrici della natura […] Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla. Bisogna richiamarla al principio che la renda legittima, facendo sì che il lavoro solo possa produrla. Bisogna avviare la società verso basi più eque di rimunerazione tra il proprietario o capitalista e l’operaio. Bisogna mutare il sistema delle tasse, tanto che non colpiscano la somma necessaria alla vita e lascino al popolo la facoltà di economie produttive a poco a poco di proprietà».

I contrasti tra i due divennero presto insanabili. Benché i lavori della Prima Internazionale si aprissero il 28 settembre 1864 in un clima fortemente mazziniano (aveva infatti dalla sua parte la maggioranza del Congresso, formata da Italiani e dalle Trade Unions inglesi), in breve Marx riuscì a prenderne il sopravvento riscrivendo di suo pugno alcuni documenti, cancellando da quelli ogni traccia di mazzinianesimo e infarcendoli delle sue teorie.

Eppure nonostante la forte rivalità Mazzini dava di Karl Marx un giudizio rispettoso, considerandolo «uomo di ingegno acuto, ma dissolvente, di tempra dominatrice, geloso dell’altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose e, temo, con più elemento d’ira, anche se giusta, che non d’amore nel cuore». A tali parole Marx, come spesso capita a chi non ha ragioni da opporre o ha difetto di pensiero, era solito rispondere con epiteti ingiuriosi e insulti, pratica ancora vivissima oggi nei suoi seguaci che sono soliti reagire così quando – e capita spesso – sono privi d’argomenti.

1 novembre 2011 by: Commenta -
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