Ammalati di Comunismo. La Febbre Rossa di Marx.

È possibile interpretare la parabola del comunismo come un fatto scientifico? Si possono trasferire al campo sociale gli strumenti d’indagine propri della biologia e della medicina pretendendo che siano ugualmente portatori di verità? È questa in definitiva la scelta di Antonio Campo, che si rifà alla “teoria cellulare” di Schwan prima e di Virchow poi, per cercare di spiegare il grande successo delle idee comuniste. «L’umanità è dunque immaginata alla stregua di un vero e proprio organismo che, ad un certo punto del proprio percorso esistenziale, possa essersi ammalato, e ritrovato inopinatamente infettato da una sorta di virus delle intelligenze».

Eppure per quanto affascinante e innovativo possa essere il tentativo di Campo, alla fine non convince. Se da un lato l’autore focalizza con buona precisione i tanti mali causati dall’irrompere sulla scena politica del «virus» Karl Marx, «la cellula neuronale impazzita che differenziandosi progressivamente ha dato innesco ad un processo degenerativo crescente», dall’altro – volendo appunto trattare il fenomeno da un punto di vista patologico – fatta con sufficiente esattezza la diagnosi della malattia, non c’è in definitiva la cura, ché dopo tanto insistere sulla terminologia medico-scientfica, non ci si può certo accontentare di sentirsi dire che il paziente «è morto di se stesso». Insomma, a mio avviso manca l’antidoto e rimane la sensazione che il comunismo sia imploso in se stesso, senza che nessuno gli abbia dato una mano (se si eccettua un giusto riconoscimento alla politica di Ronald Regan). Il che certo non è gratificante per chi lo ha sempre combattuto e – a ragione – pensa di avere qualche merito nella sua debacle.

Ma poi, siamo proprio certi di questa morte del comunismo? Perché anche in questo caso sarebbe forse meglio fare delle distinzioni e chiedersi semmai perché, una volta “morto” il comunismo, continuino invece ad esserci i comunisti. Se infatti da un punto di vista filosofico e scientifico l’ideologia comunista potrebbe anche essere considerata morta, avendo completamente fallito ogni tentativo di passare da uno stadio puramente teorico ad uno pratico senza snaturarsi negandosi, resta invece pur sempre vero che non sono in via d’estinzione gruppi politici che si rifanno a quelle idee. È sbalorditivo come, essendo venuti a mancare totalmente i presupposti sociali su cui si fondavano le teorie di Marx, i comunisti invece proliferino. Il comunismo non c’è più proprio perché è venuto meno uno dei suoi presupposti di base, almeno nella più avanzata società occidentale: manca cioè la lotta di classe, perché non c’è più una società divisa in proprietari e proletari. C’è stata nel tempo una parcellizzazione e una differenziazione della struttura sociale, che nega l’incipit stesso de Il manifesto del partito comunista: «La storia di ogni società sinora esistita è storia di classi. L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti tra le classi. La società intera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato». In realtà oggi, in occidente, non c’è più proletariato. Nonostante gli sforzi che i partiti della sinistra fanno per continuare a mantenerli in vita, siamo tutti borghesi.

In ogni caso la teoria di Antonio Campo non convince perché parte da presupposti sbagliati. Pur citando Konrad Lorenz, che sosteneva che «l’ineguaglianza dell’uomo è uno dei fondamenti di ogni cultura», immagina l’umanità come un vero e proprio organismo, ponendo così la società al di sopra del singolo. La visione dell’autore è alla fine totalmente iscritta in una visione marxista del mondo, atea e materialista, nella quale non c’è alcuno spazio per la religione e la fede, le vere armi con cui si può combattere (“curare”?) il comunismo. Non deve dunque apparire strano se sembra diffondersi lungo tutto il libro una certa ammirazione per Marx, che spesso viene apertamente difeso anche quando è francamente del tutto indifendibile. Come si può infatti affermare che Marx «pur teorizzando una rivoluzione violenta, sarebbe rabbrividito di fronte alle atrocità raggiunte dalla pratica leninista…»? Che altro significato infatti si può dare all’affermazione de Il manifesto in cui sostiene che gli scopi dei comunisti «non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento dell’ordinamento sociale esistente»?

Non c’è una lettura cristiana della storia: il mondo, e l’uomo al suo interno, è puro meccanicismo. Invece è proprio la religione il vero antidoto al comunismo: la possibilità cioè di trasferire le istanze egalitarie del comunismo dal mondo di quaggiù a quello di Lassù. E d’altra parte, proprio per questo motivo, l’idea cioè che l’eguaglianza tra gli uomini sia un diritto che solo Dio può garantirci, la religione è sempre stata l’avversario cui i regimi comunisti hanno maggiormente dedicato le loro “attenzioni”. «La religione è un veleno», dicono i generali di Mao ai monaci tibetani di Lhasa nel film “Sette anni in Tibet” ed è un dato facilmente riscontrabile che, dove si è affermato, il comunismo ha – di necessità – dovuto cancellare le vestigia della religione.

Troppo marcato e insistito risulta dunque il tentativo di voler per forza spiegare l’uomo solo alla luce della scienza medico – biologica. Non si considera affatto l’ipotesi che l’uomo possa uscire da tale determinazione e qui, secondo me è la parte più debole del libro, perché l’uomo, pur essendo del tutto “terrestre”, è un unicum, è in origine angelo, è uomo sì, ma anche soprannaturale, al di là del mondo e al di qua del cielo e non può essere spiegato solo secondo le categorie della scienza.

 

 

Autore : Antonio Campo

Titolo : Ammalati di Comunismo. La Febbre Rossa di Karl Marx

Casa Editrice : Casmid Editrice

Pagine : 234

Prezzo : 15 euro

Anno : 2005

 

1 novembre 2011 by: Commenta -
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