Stalin: quel “meraviglioso georgiano” di cui trattano i libri di storia per la scuola.

Intendo riprendere un discorso che già avevo affrontato in un’altra occasione saldandolo ad altro, di grande importanza e spesso ricorrente nelle dispute politiche dei nostri giorni: quello relativo alla presunta “faziosità” di alcuni libri di testo di storia per le scuole. Preferisco però non dilungarmi su questioni di principio, ma portare alcuni esempi concreti, che – da soli – dovrebbero fugare ogni dubbio e ogni perplessità circa la bontà della “crociata” che si sta combattendo per assicurare a tutti gli studenti delle nostre scuole una visione, la più imparziale possibile, dei fatti storici, specie di quelli del nostro secolo. In un prossimo intervento mi riprometto di fornire supporto teoretico a queste affermazioni, cominciando magari spiegando la mia decisa presa di posizione contro l’insegnamento della storia della seconda metà del Novecento nelle aule scolastiche, proprio a causa della sua facile strumentalizzazione politica, materia che invece deve rimanere fuori dalle scuole.

Ritorno così a focalizzare la mia attenzione sulla politica di Iosif Stalin, sulla sua funesta e repentina deriva totalitarista e antidemocratica, un male cui i regimi comunisti hanno sempre declinato con troppa facilità. Abbiamo già detto della caduta di Varsavia, della sorprendente puntualità con cui le truppe russe entrarono in città solo dopo che i nazisti sedarono una rivolta del popolo polacco e abbiamo quindi già imparato a capire le strategie del capo georgiano, le nefandezze legate alle sue scelte politiche, il cinismo che caratterizzò la sua azione tanto nei confronti degli avversari interni, quanto di quelli esterni. Ebbene, sorprenderà adesso venire a sapere che i nostri ragazzi possono agevolmente leggere nelle pagine di alcune edizioni scolastiche una vera e propria apologia del dittatore. In particolare – dal momento che il ricorso alle fonti per lo storico è pane quotidiano – citerò brani tratti da “L’età contemporanea. Il Novecento e il mondo attuale” di P. Ortoleva, M. Revelli, spiace soltanto dover citare anche l’editore, che in questo caso è Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori.

Gli autori cominciano in sordina: «… Nell’esaltazione della figura di Stalin che raggiunse aspetti di un vero e proprio “culto della personalità (come sarebbe stato definito questo fenomeno negli anni Cinquanta)”, non si trovava, infatti, solo il rapporto capo – seguaci tipico di tutti gli stati autoritari di quegli anni (e pure di stati meno autoritari come gli USA), ma anche la risposta a un profondo bisogno di stabilità e di certezza: in quel clima di continui e violenti mutamenti, la figura di Stalin appariva rassicurante nella sua immensa autorità e nelle sua salda permanenza al potere. Il timore da essa ispirato poteva quasi essere sentito positivamente, come il rispetto dovuto a un’autorità dura ma giusta. Il ritmo continuo delle trasformazioni sociali e politiche, che continuavano ad abbattere senza sosta ceti, come i kulàki, e figure fino a poco prima onnipotenti come i leader man mano liquidati da Stalin, poteva anche essere interpretato come la prova di una grande volontà di eguaglianza, pronta a colpire il privilegio ovunque si formasse: Stalin diveniva, in tal senso, l’incarnazione di una rivoluzione giusta e livellatrice…» (p. 310).

Ci vorrebbero molte pagine per sottolineare e smontare tutte le assurde falsità contenute in queste poche righe, ci limiteremo a citare le più macroscopiche facendo conto, per il resto, sull’onestà intellettuale del lettore. Accomunare, pur se in maniera velata, gli Stati Uniti d’America ad uno stato autoritario; ritenere motivo di sicurezza e figura rassicurante quella di Stalin, fino al paradosso di apostrofarlo come «autorità dura ma giusta»; chiamare «volontà di eguaglianza» quella che fa dell’eliminazione fisica dell’avversario politico una costante; denominare «rivoluzione giusta e livellatrice» quella che arriva a degradare la dignità umana sino alla creazione dei Gulag e al confino in Siberia: sono tutte interpretazioni storiche che quanto meno fanno discutere, tanto per utilizzare termini, che non alimentino il conflitto politico. Da una quindicina d’anni si è potuto cominciare ad indagare quanto fossero forti i sentimenti antistalinisti nell’Unione Sovietica del tempo e con quanta durezza siano stati repressi. Ma da quelle parti il regime ha colpito con una violenza tale che anche la memoria è stata manipolata e resa quasi inoffensiva.

Ma c’è di più: gli stessi autori poche pagine dopo cercano un’improbabile giustificazione dell’operato del dittatore russo lanciandosi in questa smisurata analisi per la quale ritengo superfluo ogni commento: «La politica staliniana in tema di nazionalità comunque non fu solo di carattere repressivo. Bisogna tener conto che, nella lista dei popoli perseguitati dal regime, compaiono solo etnie nettamente minoritarie, spesso isolate nella loro zona d’insediamento» (p. 315)!

D’altra parte, come viene sottolineato da un altro tra i più adottati testi scolastici, “Elementi di storia. XX secolo” di A. Camera e R. Fabietti, Edizione Zanichelli, non c’era alcun motivo di preoccuparsi di quanto stava avvenendo in Unione Sovietica né della politica “imperialista” di Stalin perché «… i militanti comunisti italiani certamente non si battevano per importare anche in Italia i Gulag ma per eliminare ingiustizie e privilegi…» (p. 1575). Oltre ad un innegabile giudizio politico di parte, che in un libro di testo per ragazzi non dovrebbe comparire, c’è anche la presunzione, da cui sempre lo storico dovrebbe rifuggire, di fare su previsioni su cosa sarebbe potuto accadere… se… ma…

1 novembre 2011 by: Commenta -
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