Non è questo il momento delle decisioni affrettate

 

Non è facile stabilire se si tratta di un errore che si commette solo in Italia o se invece – cosa assai più probabile – è qualcosa che accomuna tutti gli uomini, ma anche questa volta ci si accinge ad affrontare un problema spinoso e che richiederebbe la massima attenzione (mi riferisco ovviamente a quello dell’immigrazione clandestina) nelle condizioni psico-fisiche meno idonee. Quelle, insomma, che ognuno di noi sconsiglierebbe a chiunque si preparasse ad affrontare un qualsiasi problema di una certa qual rilevanza. Un male antico e ricorrente, come dicevo.

Ho fatto la mia prima esperienza alle urne in occasione del referendum sulle centrali nucleari: vuoi per la giovane età, vuoi per l’ignoranza totale intorno ad una questione che andava assai al di là delle normali capacità cognitive di un diciottenne, vuoi – in maniera assai più rilevante – a causa della ponderosa propaganda elettorale, sbagliai di brutto, votando contro “l’atomo” e commettendo un errore (percentualmente del tutto irrilevante) del quale ancora oggi mi dolgo.

Proverbi e detti degli antichi – come al solito – non valgono nulla. “La notte porta consiglio”, “prima di parlare conta sino a dieci” o meglio, come dice il poeta Lionello Grifo, “se ti viene in mente di toglierti la vita, prima fatti un bell’uovo alla coque”: tutti gli inviti ad una riflessione più attenta e che, soprattutto, diffidano dall’avventurarsi in questioni articolate sulla scia di fatti emotivamente molto forti viene comunemente dimenticato.

Anzi, sembra che il legislatore prenda contezza delle problematiche che riguardano la nostra società solo nel momento in cui si verificano catastrofi, eventi eccezionali, guerre o fatti extra-ordinari!

La legge Bossi – Fini non è una legge da buttare, ha una sua ratio e si inserisce coerentemente nell’alveo di altre leggi simili che sono in vigore in altri Paesi occidentali, spesso (a sproposito) indicati quali modelli da seguire. Sia chiaro, il fatto che leggi simili siano applicate anche in Germania e Francia, per quanto mi riguarda, non aggiunge o toglie nulla: l’Italia (settemila chilometri di coste, una portaerei protesa al centro del Mediterraneo, lo stato Europeo più vicino alla Libia, alla Tunisia e all’Algeria) deve affrontare la criticità in modo del tutto peculiare e senza preoccuparsi troppo di quello che fanno coloro che stanno intorno a noi. Tuttavia, non è questa la questione. Quello che voglio dire è che in nessuna famiglia, nessun genitore sarebbe disposto a prendere decisioni importanti che in qualche modo potrebbero influire pesantemente sulla vita dei propri figli in uno stato mentale alterato, in preda all’emotività, obnubilati da fatti contingenti che non possono che distogliere lo sguardo dalla corretta visione.

Questo è il momento di osservare, di prendere appunti, di ascoltare, di confrontarsi con gli altri, al limite di cominciare un processo (lento) di revisione della legge. La validità di una legge non può essere collegata ad un istante.La Bossi– Fini è entrata in vigore nel 2002: si potrà fare qualche riflessione che vada un pochino al di là della tragedia di Lampedusa e che tenga conto dei risultati (buoni e cattivi) che la stessa ha prodotto in oltre dieci anni?

Questo tentativo di risolvere i tanti problemi del Paese sempre e ancora facendo fronte, spesso male, all’emergenze (vere o presunte… tipo spread!) non aiuta, non è produttivo. Quando va tutto bene è improduttivo, il più delle volte dannoso.

Lo strano “istituto” del “minuto di silenzio”, ormai abusato (non certo in questo caso, absit iniuria verbis!), dovrebbe essere l’allegoria, meglio il segno visibile, di un ben più lungo e meditato silenzio interiore che la politica italiana pervicacemente continua a fuggire.

11 ottobre 2013 by: Commenta -
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